sabato 9 dicembre 2017

SE QUESTO E' UN UOMO (Primo Levi)



Dedicata a tutte le vittime della crudeltà di altri "uomini", di ogni epoca (compresa la presente) e di ogni nazione, affinché l'umanità tutta impari a vivere nel rispetto reciproco e nella pace


Voi che vivete sicuri 
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e i visi amici:
considerate se questo è un uomo,
che lavora nel fango,
che non conosce pace,
che lotta per mezzo pane,
che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna
senza capelli e senza nome,
senza più forza di ricordare,
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore,
stando in casa andando per via,
coricandovi alzandovi;
ripetetele ai vostri figli...


- Primo Levi - 

venerdì 8 dicembre 2017

NATALE RISORTO








Ed è inverno di nuovo
nel freddo respiro dell'aria
nel bianco silenzio che scende
e si adagia
sui prati e le case
sul pino silvestre
i bulbi interrati
sui rami
ormai denudati
levati a pregare.

Dai comignoli
il fumo
 racconta danzando
le storie di quando
 era un fuoco giocondo
che scaldava gli umani

L'infanzia è lontana
e dagli antri del  tempo
risale  una voce
argentina
a intonare il suo canto
dinanzi  al bambino divino 
nella capanna 
"...luce dona alle menti, pace infondi nei cuor...."

Ed  il cuore sorride
all'ascolto
della voce risorta
della mia mamma.

- Giovanna Giordani -

sabato 25 novembre 2017

NEL CIMITERO DELLE FARFALLE





Nel cimitero delle farfalle
cadono lacrime di stelle
a fecondare il terreno
della libertà

- Giovanna Giordani

sabato 18 novembre 2017

LA NOTTE







...Poi
venne la notte

Accese il cielo
di stelle
e la terra
di sogni
a spegnerli tutti
non ci riuscì mai
il giorno

- Giovanna Giordani -

martedì 17 ottobre 2017

LA PREDA





- Nessuno mi crederebbe, mio caro Fulmine - disse il cacciatore guardando il suo cane che, scodinzolando, ricambiava lo sguardo con occhi umidi di devozione.
Caricò in spalla il fucile e s'incamminò verso casa. La musicalità dell'acqua del ruscello faceva da sottofondo ai consueti rumori del bosco e accompagnava il suo passo appesantito dall'equipaggiamento di caccia.
Quello che aveva visto quel mattino occupava interamente la sua mente.
Non poteva pensare ad altro.
Si voltò ancora una volta a guardare il ciglio di quel burrone. Cercò di dare un ordine cronologico agli eventi accaduti in così poco tempo.
- Tu non hai colpa Fulmine - disse. - Tu non potevi sapere. Hai fatto solo il tuo dovere: stanare la preda affinchè io la potessi colpire -.
Si ricordò del cane che correva e si fermava ad intermittenza. Poi aveva sentito un frullo d'ali sopra la testa ed immediatamente aveva fatto fuoco. Era seguito un silenzio di ghiaccio. Sembrava che il bosco avesse smesso di respirare.
Il cane si era portato festosamente sul ciglio del burrone.
- Ahi, laggiù non la potrai recuperare la tua preda - gli aveva gridato. Poi lo aveva raggiunto e si era sporto pure lui a guardare. Ciò che si presentò ai suoi occhi gli aveva procurato una sensazione di stupore e di angoscia insieme. Il cuore gli batteva all'impazzata e un sudore freddo lo aveva pervaso per tutto il corpo. Era rimasto così, impietrito, per un tempo indefinito. Mai avrebbe dimenticato quella visione.
Una figura femminile giaceva, inerte, fra i rovi in fondo al burrone.
Con le mani tremanti aveva estratto dallo zaino il canocchiale per vedere meglio.
Il colore delle vesti si confondeva con quello delle foglie degli arbusti, ma quello che lui poteva vedere chiaramente era il viso. Diafano. Occhi chiusi. La bocca semiaperta in una smorfia di dolore. Immobile. Sulla fronte il segno dello sparo e un sangue rosato che scendeva in rigagnoli sul viso andando a disperdersi dietro il collo.
Tutto questo non riusciva, tuttavia, a deturpare la bellezza che quell'immagine sprigionava.
Mai aveva visto nulla di così bello e doloroso assieme.
La fissava, ipnotizzato, mentre sentiva nella sua mente qualcosa che si apriva, qualcosa che risaliva in superficie da profondità mai sospettate. Era un ricordo…una strana sensazione…un fastidio incontrollabile…un ancestrale disagio da soffocare, da rimuovere…Barcollava. Un appiglio…cercava disperatamente un appiglio…
Si era inginocchiato per calmare il tremore delle gambe e, dopo aver riposto il canocchiale, aveva serrato il capo fra le mani.
All'improvviso si era levato un forte vento facendo vibrare il bosco e trascinando con sè tutto ciò che non si poteva opporre alla sua forza.
Il cane gli si era accucciato accanto, impaurito, mentre egli si riparava il viso con il bavero della giacca, rimanendo immobile, in attesa che tornasse la quiete.
Poi, finalmente, il vento si era calmato e il bosco aveva ritrovato la sua pace.
- Devo denunciare l'accaduto - aveva pensato. - E' colpa mia. O forse no. Io ho sparato, è vero, ma ho sparato in aria, ad un volatile. Può averla colpita qualcun altro prima di me. Ma io non posso lasciarla laggiù. Devono portarla via. Dio mio! -.
Alzato il capo, di nuovo aveva guardato giù.
La visione era sparita.
Sui rovi, dove era caduta la figura femminile ferita a morte, erano rimasti impigliati dei petali di fiori abbandonati da quella folata di vento.
Aveva sentito il suo cuore gonfiarsi e restringersi come un mantice e, attonito, cercava di capire. Ma nella sua mente tutto era fermo ed immobile come la visione di quel viso che non lo abbandonava.
- E' stato un brutto sogno - si disse. - Un sogno ad occhi aperti -.
Presto sarebbe arrivato a casa. Gli avrebbero chiesto come mai così in anticipo. Ma lui non avrebbe mai potuto spiegare a nessuno il perché.
- Capisci, Fulmine - diceva - se io raccontassi ciò che ho visto perderei senz'altro la mia buona reputazione, mi prenderebbero per un pazzo visionario, la mia credibilità sarebbe compromessa per sempre. Mi sembra già di sentire le loro risate di scherno.
Io non potrò, non dovrò dirlo a nessuno. Questo sarà per sempre il mio tremendo segreto. Solo mio.
Credo, inoltre, che smetterò di andare a caccia, troverò qualche scusa, dirò che l'umidità del bosco mi procura i reumatismi. E' una scusa credibile.
Stammi vicino, Fulmine, perché oggi, io e te…abbiamo ucciso… una fata -.

- Giovanna Giordani -

giovedì 12 ottobre 2017

OTTOBRE ANCORA




Ottobre mi appartiene
ha udito il mio primo vagito
e ad ogni suo ritorno
io rinasco
e stupisco
come  la foglia raggiante di luce
sospesa  nel cielo turchese

Ottobre mi appartiene
anche quando distende
la sua nebbia dintorno
e nel silenzio lo sa
che noi c’intendiamo

- Giovanna Giordani -


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